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Kairos Rivolta – Zone di Massima Aderenza al Presente

Tesi Triennale, Firenze, Italia, 2015-2016
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Breve Intro

“[…] Musica. Solitudine. Canto una canzone. Via. In qualche modo, inizio. Entro nel flusso. Consumo una dimensione spazio-tempo solo mia, occupando una precisa posizione nel tempo e nello spazio irreplicabile nelle circostanze e nelle modalità di un adesso che sto letteralmente consumando, respirando, assimilando e nel frattempo sono già oltre, ma allo stesso tempo sono presente. Reale, tangibile, concreta – esisto – in un adesso che tra un momento non è più. Adesso che un mese fa non potevo avere idea. Adesso che non era neanche ieri. Adesso che non è domani.

Adesso, che sono soltanto davanti al computer a battere dei tasti.

Zone di massima aderenza al presente, cioè tutte quelle situazioni o eventi che si manifestano in un tempo e in uno spazio, in modalità casuali e causali, che definiscono ogni momento specifico per ciò che è, nella sua profonda essenza, andando a definire una natura intrinseca che c’è in tutte le cose. Si tratta di considerare la pratica artistica da un punto di vista esperienziale, visualizzando la manifestazione di un evento e non la sua rappresentazione. Parlo di un’arte che sfocia in un vivere che va sentito addosso, sperimentato, di un quotidiano che assume una forma e un contenuto estetico, sensibile, sensoriale, sensuale e politico, immettendosi prepotentemente su un’altra dimensione di consapevolezza. Inventando la vita si inventa anche il proprio futuro. Nessuna garanzia. Siamo esseri umani, dotati più o meno di cultura, il vero capitale umano, in quanto solo conoscendo le cose è possibile cambiarle, per cui è necessario avere coscienza e consapevolezza della realtà delle cose. Una zona di massima aderenza al presente si compone di contrazioni e contraddizioni del reale, del suo essere possibile e implausibile allo stesso tempo. Attraverso queste interferenze del reale l’arte genera consapevolezza e informazione. Così, l’artista diventa una sorta di medium, una porta, che produce dei processi pregni di intenzionalità artistica, che non possono sfuggire al presente, alla vita quotidiana di tutti i giorni, da chi li crea. Capire e accettare la propria identità dovrebbe essere alla base di ogni esistenza umana, di qualsiasi campo si parli, prima di tutto perchè sapere chi siamo ci restituisce dignità come persona, in secondo luogo perchè è la nostra identità come individui a plasmare fortemente ciò che facciamo. Nasce l’urgenza di ricercare realtà immaginabili di un io e un quotidiano che si distruggono e ricreano continuamente, minuto dopo minuto, sbattendo sul muro perchè vogliono uscire – perchè il reale ha bisogno di uscire fuori, di essere visualizzato e compreso. Abbiamo bisogno di conoscere il reale. In un’epoca in cui la tecnologia trabocca da tutte le parti, dove realtà e virtualità si confondono continuamente, abbiamo bisogno di recuperare la nostra umanità ponendo maggiore attenzione all’elaborazione del nostro presente. Sorge la necessità di recuperare spazi e tempi propri, spazi primitivi e vergini, per ritrovare se stessi, bisogna recuperare l’umanità insita in ciascuno di noi.
Oltre ad una ricerca mirata al tempo e allo spazio del quotidiano, viene affrontato anche il tema delle pratiche artistiche partecipative, cioè
«tutte quelle pratiche collettive, orizzontali e processuali, dove non si parla più di pubblico ma di comunità, riferendosi proprio all’apertura verso l’altro-da-sè, alla socievolezza e allo scambio relazionale.»

[o-riẓ-ẓon-tà-le], cioè parallelo al piano dell’orizzonte. L’orizzonte, la direzione dello sguardo. Quello che uno si sceglie, quello che stando dritti e guardando avanti te lo ritrovi addosso. Sugli occhi. Spiaccicato. Ad ognuno il suo. Tutto il corpo è in competizione per il miracolo della vista. A seconda della tua altezza e della tua stazza, il tuo punto di vista cambia. Poi entrano in gioco tantissime altre cose, la postura, prima indiscussa, l’interesse per ciò che si guarda, testa alta, testa bassa, storta, obliqua, come vi pare, girata a 360°. I piedi, le gambe, il bacino, i fianchi, la vita, il petto, le spalle, le braccia, il collo, la testa, i capelli. L’essere umano. Poi lo spazio. Poi il tempo. La luce. Il buio. Alterazioni stroboscopiche con le facce della gente. L’orizzonte che ognuno di noi si sceglie, si gioca. Con una visione orizzontale sei già dentro. Immediatamente scaraventato nel flusso, evitando il distacco del verticale. Sterile asettico verticale. Gerarchico.
Rifuggo dalla possibilità di un possibile che sia al di sotto o al di sopra di ogni cosa, permettendogli di viaggiare da un lato all’altro della catena, del flusso, così da comunicarvi attraverso in modo diretto ed efficace. Orizzonte / direzione dello sguardo – quest’estate ho imparato ad andare a cavallo e, ora, so che un cavallo si guida con lo sguardo, è molto importante guardare avanti e fissare una direzione, per non disorientare l’animale. Non sempre sappiamo dove vogliamo andare, forse è per questo che tenere lo sguardo verso una meta precisa è così difficile. Siamo pronti e ricettivi per ricevere, in ogni istante, dati sensibili, informazioni, ma non sempre siamo proattivi, cioè pronti ad accettare, reagire o comprendere ciò che accade, ed è forse la ragione per cui molte esperienze si elaborano più lentamente, perchè rispondiamo in “ritardo” ad un tempo che, spesso, è già passato.

«Uso molti punti. Credo nell’importanza del fermarsi. Una nuova religione o un qualcosa di simile.»

Mentre scrivo, arriva una delle mie coinquiline a raccontarmi qualcosa e poi sbatte contro il bidone della spazzatura, interrompendo completamente la concentrazione e l’aderenza ad un reale che era solo mio e che, adesso, a differenza di un attimo fa, non c’è più.
Scaraventati nel flusso del presente, precipitando di continuo tra una frequenza e un’altra, senza possibilità di fermarsi ma comunque liberi di resistere e provare a cambiare le cose. Si realizza così un corto circuito tra il fare e il non fare, il possibile e l’implausibile, il replicabile e il non, dove il replicabile ha infinite sperimentazioni nel reale e diventa rappresentazione, mentre il non replicabile si fa evento unico e straordinario, cristallizzandosi concretamente nel flusso delle cose possibili ma non più mutabili. Un momento. La materializzazione di un attimo.

«Ciò che fonda oggi l’esperienza artistica è la compresenza degli osservatori davanti all’opera, che sia effettiva o simbolica. La prima domanda che ci si dovrebbe porre in presenza di un’opera d’arte è: mi do la possibilità di esistere di fronte ad essa o, al contrario, mi nega in quanto soggetto, rifiutandosi di considerare l’Altro nella sua struttura? Lo spazio-tempo suggerito o descritto da quest’opera, con le leggi che la regolano, corrisponde alle mie aspirazioni nella vita reale? Critica ciò che ritengo criticabile? Potrei vivere in uno spazio-tempo che le corrispondesse nella realtà? Queste domande non rimandano a una visione estremisticamente antropomorfica dell’arte, ma a una visione molto semplicemente umana. Che io sappia, un artista destina i propri lavori ai propri contemporanei, a meno che si consideri un morto vivente o abbia una versione fascista-integralista della storia (il tempo chiuso nel suo senso, sull’origine). Al contrario, le opere d’arte che oggi mi paiono degne d’uno spiccato interesse sono quelle che funzionano come interstizi, come spazio-tempo retti da un’economica che va al di là delle regole vigenti che concernono la gestione dei pubblici […] L’arte non trascende dalle apprensioni quotidiane, ci pone a confronto con la realtà attraverso la singolarità di un rapporto col mondo […] L’incontro con l’opera non genera tanto uno spazio quanto una durata. Tempo di manipolazione, di comprensione, di presa di decisioni che supera l’atto di “completare” l’opera con lo sguardo.»”

Da Una Crepa, Video documentario, 2014

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